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venerdì 27 marzo 2015

dal sito Movimento operaio

La sinistra papalina…
                                                              di Antonio Moscato                                                                                                                                 

Avevo già segnalato qualche mese fa con un certo stupore l’entusiasmo esagerato di diversi esponenti della sinistra per alcune iniziative e dichiarazioni di questo papa, soprattutto dopo l’incontro del 25 ottobre con i movimenti sociali (Il papa e la sinistra). Avevo ricordato che le grandi novità che molti volevano vedere nei discorsi del papa latinoamericano erano identiche ad affermazioni apparentemente anticapitalistiche presenti nella “madre di tutte le encicliche sociali della chiesa”, la Rerum novarum promulgata da Leone XIII nel lontano 1891, e ribadite nel 1931 nella Quadragesimo anno, scritta dal papa Pio XI, lo stesso che aveva fatto il concordato con Mussolini: I maestri di papa Francesco.

Mi sembrava un accecamento dovuto a scarsa conoscenza del pensiero cattolico, e del ruolo della Chiesa nella storia contemporanea. Senza risalire ai molti secoli in cui si erano alternati papi veramente criminali e corrotti, ma che pretendevano comunque di esercitare un magistero morale universale, sarebbe bastato guardare anche solo nell’ultimo secolo la clamorosa contraddizione tra le denunce infocate e la collaborazione con regimi infami, o le dichiarazioni contro le inutili stragi, e l’invio di cappellani in tutti gli eserciti che si scannavano tra loro…
Ma non era scarsa conoscenza, era innamoramento. L’unico quotidiano vagamente di sinistra che è rimasto, il Manifesto, in un editoriale di Marco Marzano è riuscito ieri a raggiungere toni lirici per esaltare “una Chiesa ansiosa di rinnovare la sua missione, preoccupata in primo luogo di ottenere giustizia, tutelare diritti, lottare per i poveri”. Di Don Ciotti si elogia il “consueto, candido e meraviglioso vigore della parola, che è in lui già traccia visibile di una grande forza morale”, per continuare con nuovi voli pindarici sul “linguaggio semplice, diretto e profetico” di Francesco.
La visita del papa a Napoli viene esaltata in diverse pagine del quotidiano, con numerosi servizi più o meno apologetici in cui si sorvola bellamente su vari aspetti scandalosi. Prima di tutto la partecipazione “straordinaria” del papa al rito della liquefazione del sangue di san Gennaro, di cui già Benedetto Croce aveva raccontato garbatamente la disponibilità del santo a “fare il miracolo a comando” per compiacere i generali francesi occupanti nel 1799. Molti studiosi avevano descritto la tecnica diffusa in tutto il medioevo che consentiva di ottenere o meno lo scioglimento del sangue contenuto nei reliquari (diffusissimi per secoli) per assecondare gli umori della plebe ignorante o terrorizzarla con la minaccia dell’ira del santo. Parlo in questo caso di partecipazione “straordinaria” nel senso che non corrispondeva a una delle due scadenze annuali in cui il “miracolo” è previsto; il che vuol dire quindi che il papa avrebbe potuto evitare benissimo di avallare una pratica superstiziosa e basata su un espediente “tecnico”.
“Straordinaria” come il Giubileo, su cui sempre sul manifesto diversi commentatori, da Guido Viale a Raffaele K. Salinari, fanno excursus storici e voli pindarici sull’annullamento dei debiti e sulla “Misericordia”, sorvolando però su due fatti: l’anno santo prima di tutto serve a incrementare un poderoso turismo da ospitare negli alberghi ecclesiastici esentasse; ma per giunta fa leva su uno dei punti del dogma cattolico che ha scavato un solco profondo con il mondo evangelico: la questione delle indulgenze. Il primo Giubileo era stato indetto, appunto per far cassa, da un papa che non a caso Dante volle mettere anzitempo all’inferno, Bonifacio VIII. Francamente, dovrebbe spingere a dubitare della portata del rinnovamento di questo papa, grande comunicatore, ma ben lontano dal garantire l’apparizione di quella “Chiesa ansiosa di rinnovare la sua missione, preoccupata in primo luogo di ottenere giustizia, tutelare diritti, lottare per i poveri” corrispondente ai sogni dell’editorialista del manifesto.
Il papa è andato anche a Poggio Reale, in un carcere famoso, per incontrarvi una delegazione ben selezionata per reati e provenienze. Bene, ma non è più una novità, dopo che Giovanni XXIII l’aveva fatto dopo secoli di interruzione, suscitando allora speranze vere e indignazione dei clericali benpensanti. Ma da quel 1958, in cui la Chiesa tra l’altro pesava molto più di ora in Italia, non è accaduto nulla che abbia dato risultati concreti. Ora è soltanto tecnica di comunicazione.
E a Napoli Bergoglio c’è andato accettando di essere accolto non solo come capo di una chiesa, ma come capo di uno Stato: che significavano altrimenti le migliaia di bandiere e striscioni bianchi e gialli, cioè con i colori dello Stato del Vaticano, come era stato accolto a Manila pochi mesi fa?
L’entusiasmo di settori della sinistra per il mondo cattolico ha una spiegazione razionale: questo appare più dinamico e progressista della sinistra istituzionale, più capace di trovare un linguaggio adatto. Più volte mi sono rallegrato di trovarmi a fianco di alcuni sacerdoti o vescovi (dall’indimenticabile Tonino Bello a Luigi Bettazzi) nella lotta contro la guerra, e ho considerato sempre prezioso l’apporto di don Milani anche per la denuncia della scuola di classe.
Ma queste ammirevoli testimonianze non cambiano nulla alla struttura mastodontica della Chiesa romana, ai suoi molteplici legami con il potere economico e militare in tutto il mondo, e alla sostanza del suo messaggio, che usa la denuncia per ottenere consensi, ma evita di schierarsi nettamente come potrebbe fare se indicasse soluzioni concrete. Con l’enorme potenza anche materiale della Chiesa (che custodisce gelosamente e continua ad accrescere quando può) non sarebbe impossibile passare dalla denuncia del commercio di armamenti e delle enormi concentrazioni di ricchezze a proposte concrete per fermare i criminali e soccorrerne le vittime.
George Bernard Shaw diceva della Chiesa Anglicana che avrebbe rinunciato più facilmente a tutti e 39 i suoi articoli di fede, che a un trentanovesimo delle sue entrate. E questo vale anche per quella cattolica, e rende assurdo che un pezzo di sinistra pensi di affidarle il ruolo di faro morale universale che pretende.
                                                                                                            (a.m.23/3/15)

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